
Gianni Motta (Cassano d’Adda, 18 gennaio 1943) è stato un ciclista su strada italiano. Professionista dal 1964 al 1974, vinse il Giro d’Italia 1966 e fu uno dei più forti scalatori della sua generazione, soprannominato “il Cobra” per il modo fulmineo e imprevedibile con cui scattava in salita.

al giro d’Italia del 1966
Era il 1966 e il Giro d’Italia era una battaglia aperta, feroce, combattuta palmo a palmo tra campioni che avrebbero fatto la storia del ciclismo mondiale. Gianni Motta non era il favorito. Accanto a lui correvano nomi come Felice Gimondi, Jacques Anquetil, Italo Zilioli: uomini già affermati, già consacrati, già certi del proprio valore. Motta aveva 23 anni, aveva fame, aveva le gambe e aveva qualcosa che spesso vale più del talento: la volontà di non arrendersi mai.

Tappa dopo tappa, salita dopo salita, Motta costruì la sua corsa con pazienza e intelligenza tattica, aspettando il momento giusto, il suo momento. Sulle montagne — il suo terreno, il luogo dove il “Cobra” sapeva colpire — lasciò andare gli avversari uno ad uno. Non urlava, non gesticolava, non cercava la scena: pedalava, saliva, resisteva. E quando la maglia rosa gli scese sulle spalle, era lì per restare.
Quello fu il Giro di un giovane che aveva deciso che non sarebbe bastato arrivare: bisognava vincere. E vinse.

Ma la storia di Gianni Motta non è solo quella di un Giro d’Italia. È la storia di un corridore che seppe convivere con gli anni duri, con le sconfitte, con le rivincite mancate in stagioni dove gli avversari sembravano invincibili — anni in cui dominava Eddy Merckx, il Cannibale, che divorava classiche e grandi giri come nessun altro nella storia del ciclismo. Eppure Motta restò in piedi, continuò a correre, continuò a lottare. Non con il rancore di chi perde, ma con la dignità di chi sa che ogni giorno di gara è una possibilità.
Vinse la Vuelta a España 1968, vinse tappe nei grandi giri, fu protagonista di stagioni memorabili. Non fu campionissimo per tutti gli anni della sua carriera — nessuno lo è — ma fu sempre, costantemente, ostinatamente un atleta.

Ecco il punto. Non è il numero di vittorie a fare di un uomo un atleta. È la capacità di tornare, ogni mattina, con la stessa voglia del primo giorno. È la volontà di costruire qualcosa — un traguardo, un risultato, un miglioramento — anche quando intorno a te ci sono avversari più forti, più famosi, più favoriti.
Il “Cobra” scattava perché si era allenato a scattare. Vinceva perché non aveva mai smesso di volerlo.
Qualsiasi sia il tuo obiettivo, studia il momento giusto, allenati alla pazienza, e quando arriva la tua salita — quella dove puoi fare la differenza — non esitare. Attacca.
